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Le leggi contro la corruzione e i tagli alla spesa improduttiva

Pochi giorni fa sui giornali italiani è stato scritto che la corruzione in Italia ammonterebbe a 60 miliardi di euro. A ciò si aggiunga che, secondo l’Agenzia delle Entrate, l’imponibile evaso ogni anno sarebbe di ben 270 miliardi. Secondo altri dati, poi, il giro d’affari delle organizzazioni criminali arriverebbe a 170 miliardi. In totale, farebbero 500 miliardi di euro. Si tratta di una cifra folle e senza presupposti scientifici, che se fosse vera porterebbe il nostro PIL già oggi a cifre di benessere da favola e renderebbe l’Italia di gran lunga la nazione più ricca d’Europa.

Anche solo calcolando meno della metà di quella cifra, ad esempio 200 miliardi di euro all’anno per 10 anni, arriveremmo all’intero debito pubblico italiano: è chiaramente una cifra pazzesca e poco corrispondente al vero. Cos’è successo allora? È successo che la casta centrale dei ministeri, l’alta burocrazia dello Stato, pur di non finire nel mirino dei tagli alla spesa pubblica, ha preferito proclamare a tutta Europa quei dati sull’evasione fiscale per giustificare lo sfondamento annuale del debito pubblico. In pratica, se ci sono così tanti miliardi annui da incassare per tassazione – è questo il punto di vista delle caste ministeriali –, si può stabilire un ulteriore indebitamento e ulteriori tasse.

Il punto di vista va quindi capovolto. Esiste certamente un’area europea di evasione che va combattuta con leggi e controlli unificati. Così come va combattuta con forza e senza tentennamenti la corruzione, sia in Italia sia in tutti gli altri paesi europei. Ma la soluzione non è gonfiare a dismisura questi dati. Il loro utilizzo strumentale da parte della casta nazionale dei ministeri, semmai, finisce per consolidare i loro diritti acquisiti e per allontanare i tagli alla spesa pubblica improduttiva. Questi ultimi si rendono invece necessari per spostare immediatamente le risorse sul taglio del costo del lavoro per le imprese, senza attendere il recupero di azioni fiscali impossibili perché calcolate su cifre inventate di sana pianta.

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